Dalla gestione delle risorse idriche alla costruzione della resilienza idrica

La gestione dell’acqua nelle nostre città si è sempre evoluta di pari passo con le necessità delle diverse epoche. Per decenni, i centri urbani si sono concentrati sul miglioramento della rete idrica, sullo smaltimento delle acque reflue e sulla difesa dalle alluvioni. Oggi, però, il cambiamento climatico ci impone di ribaltare la prospettiva: la città stessa può trasformarsi in una parte attiva della soluzione?

Già nel 2008, un noto modello sviluppato da Brown, Keath e Wong evidenziava come le aspettative delle comunità nei confronti dei sistemi idrici si siano progressivamente ampliate. Si è passati storicamente dalla città incentrata sul semplice approvvigionamento a quella dotata di fognature, fino ad arrivare alla gestione del drenaggio urbano per tutelare la salute pubblica e prevenire gli allagamenti. Gli stadi successivi integrano la salvaguardia ambientale e l’efficienza delle risorse, fino a teorizzare una vera e propria città “sensibile all’acqua”. In questa visione ideale, la gestione idrica si fonde completamente con la pianificazione urbanistica, la tutela degli ecosistemi, la vivibilità e la resilienza complessiva del territorio. Questa evoluzione non è rigida né lineare e spesso le varie fasi si sovrappongono. Molti centri urbani europei oggi si trovano a convivere con infrastrutture storiche avanzate ma anche con sfide persistenti come la scarsità idrica, le perdite di rete o il degrado dei corsi d’acqua. Un esempio concreto di questa transizione è il progetto “Ground for Wellbeing” ad Amsterdam, sostenuto dall’Iniziativa Urbana Europea (EUI), che progetta gli spazi pubblici mettendo al centro la salute del suolo e la gestione delle acque sotterranee.

Il cambiamento climatico sta accelerando questa trasformazione, mettendo le città europee di fronte a fenomeni meteo estremi, come piogge torrenziali alternate a lunghi periodi di siccità e ondate di calore, in contesti spesso caratterizzati da cementificazione e infrastrutture obsolete. La Strategia Europea per la Resilienza Idrica del 2025 risponde a questo scenario promuovendo la rigenerazione del ciclo naturale dell’acqua e una maggiore efficienza. In questo panorama, la vera sfida diventa evitare il rischio di “maladattamento”, ovvero la messa in atto di interventi che, pur risolvendo un problema immediato, finiscono per aumentare la vulnerabilità a lungo termine o spostare il pericolo altrove. Ad esempio, potenziare le difese locali contro le alluvioni senza una visione d’insieme può aggravare i rischi a valle. Non si tratta di abbandonare le soluzioni ingegneristiche tradizionali come tubature e depuratori, che restano fondamentali, ma di integrarle intelligentemente con la natura. Il progetto RESILIO ad Amsterdam ha dimostrato l’efficacia di questo approccio integrato creando una rete di tetti blu-verdi intelligenti sulle case popolari: queste strutture trattengono l’acqua durante la siccità e la rilasciano in modo controllato prima delle grandi piogge, riducendo al contempo l’effetto isola di calore.

Se le soluzioni tecniche sono ormai note, la difficoltà nel replicarle su larga scala risiede principalmente nell’eredità fisica e istituzionale delle città. I sistemi urbani europei sono stati progettati in modo settoriale: le strade per il traffico, i fiumi canalizzati o interrati, e le competenze divise tra uffici e dipartimenti che spesso non comunicano tra loro. L’acqua, tuttavia, ignora i confini burocratici. Un singolo intervento può richiedere il coordinamento tra enti idrici, urbanisti, uffici stradali e agenzie ambientali. Anche i finanziamenti seguono logiche settoriali, rendendo difficile valutare e finanziare progetti che portano benefici contemporaneamente alla biodiversità, al clima e agli spazi pubblici. Per superare questi ostacoli è fondamentale investire sulla crescita delle competenze del personale amministrativo, favorendo lo scambio di buone pratiche tra città, come avvenuto ad esempio tra Södertälje e Bruges nell’ambito dei programmi di cooperazione europea.

I progetti pilota non devono rimanere esperimenti isolati, ma servire da laboratorio per testare nuovi modelli di governance, finanziamento e partecipazione cittadina. Replicare un successo non significa copiare la struttura identica, ma apprenderne i principi pianificatori o i metodi di collaborazione. In questo percorso, la politica di coesione dell’Unione Europea gioca un ruolo cruciale. Se in passato i fondi europei come il FESR hanno finanziato le reti idriche e fognarie essenziali, oggi l’attenzione si è spostata verso il sostegno a un’Europa più verde e resiliente, promuovendo infrastrutture blu e verdi integrate con la rigenerazione urbana e lo sviluppo del territorio.

A quasi vent’anni dalla sua prima formulazione teorica, il concetto di Water Sensitive City ha superato la dimensione dell’idealizzazione evolutiva per affermarsi come pilastro fondamentale delle politiche urbane europee, trovando un quadro strategico nell’ambito dell’Agenda Urbana per l’UE (Water Sensitive City Partnership). La discussione contemporanea ha ormai valicato i confini della sola ingegneria idraulica: non si tratta più soltanto di costruire infrastrutture o reti fognarie migliori, ma di integrare l’uso del suolo, gli spazi pubblici, gli ecosistemi e gli investimenti per rafforzare in modo sistemico la resilienza al cambiamento climatico.

Articolo tratto da European Urban Initiative